American Gods, Gaiman

La prima impressione è di avere tra le mani la trasposizione di un film: le scene sono vivide, i movimenti plastici e più che ambienti sembra di attraversare affreschi. E poi i personaggi, così particolari, gli American Gods del titolo, contribuiscono a creare un’atmosfera atipica.

Evidente che si tratti di un romanzo fuori dal comune, se non per la scrittura iconica almeno per l’argomento trattato; difficilmente infatti si conoscono miti all’infuori degli abusati greci, dalla cosmogonia ad Eracle. Anche per me, cresciuta con I miti greci di Graves, molti dei temi affrontati da Gaiman sono sconosciuti.

Anansi, Odino, pixie e folletti sono solo un’idea sfocata e distante, niente più che una favola disneyana; trovarli qui invece con una loro quotidianità, ingrigiti e normalizzati è sorprendente, specie per la naturalezza con cui avviene.

Del resto li abbiamo ormai archiviati come superstizioni, e come superstizioni stiamo archiviando quasi tutta la spiritualità presente e passata, come se fosse peccato nei confronti dei nostri nuovissimi prepotenti dèi.

II condensato della trama di questo romanzo è tutto qui, in due righe. Da un lato i vecchi dèi nelle loro incarnazioni ormai demodé, dall’altro le nuove divinità in una terra che non ha storia né antiche tradizioni. Da qui la guerra e la tempesta che si apprestano ad arrivare.

Al centro il protagonista, Shadow, per gran parte del libro ignaro del bailamme in cui si trova; e al suo passaggio dall’incredulità al capire anche il lettore partecipa, ogni pagina sempre più addentro ai miti del vecchio mondo.

Mi dicono sia un disegno ricorrente negli scritti di Gaiman, e che alcuni dei personaggi di American Gods compaiano in precedenza delle pagine del fumetto Sandman. Beh, a quanto pare tutta l’opera di quest’autore ha un collegamento sotterraneo, che sono curiosa di esplorare.

La scrittura è a volte un po’ ridondante, complice credo una traduzione non ottimale (ma mi riservo di leggere l’originale per poterne essere sicura); per il resto c’è tutto il Gaiman creatore di immagini e mondi irreali, di sogni tangibili e realtà nebulose.

La costruzione per capitoli è doppia: ognuno infatti ha almeno due sezioni, una nella linea temporale della storia e l’altra che riporta un dettaglio significativo del passato, una micronarrazione chiusa in sé e perfettamente funzionante anche se scorporata.

Probabilmente prima di intraprendere questa lettura bisognerebbe fare una immersione culturale nei miti delle civiltà arcaiche; anche senza l’immersione, in ogni caso, mi sono trovata a trattenere il fiato per arrivare alla fine e piazzare le ultime tessere del grande mosaico che questo cinquecentinaio di pagine compone.

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MrsBubba

Da vicino nessuno è normale. Neppure io. Editor, community manager, social qualcosa. Soprattutto lettrice. Parole, musica, cibo, tech, gatti e canetti. Gamer before it was cool. Sempre con la valigia, di città in città, di vita in vita, di storia in storia. Sono come sono, cerco di cambiare. Non son più quella di una volta. Scrivo per ricordare, ma poi mi scordo lo stesso.

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5 Comments

  1. etnagigante 22 settembre 2008 at 12:57

    Copio qui il mio intervento (postato altrove) su American Gods.

    Gaiman è sempre Gaiman. Ti prende per mano e ti porta nei luoghi che riconosci solo quando ricordi i sogni. Anche American Gods è così; a parte la ricerca teologica e i vari miti presentati, la narrazione ti tiene sospeso. Parteggi per le forze del bene (ammesso che tu abbia capito da quale parte schierarti), ti perdi nei paesaggi descritti e nei viaggi, reali o meno, di Shadow e cerchi di capire se per caso non sei stato seduto fianco a fianco con un Leprechaun l’ultima volta che hai bevuto una pinta di rossa in un Irish pub.
    Fondamentalmente la trama di potrebbe riassumere nella lotta tra vecchio e nuovo; ci si ostina a cavalcare verso ovest per sfuggire alla ferrovia o si sale sul treno? Alla fine si arriva comunque al mare, qualunque scelta si faccia.

  2. etnagigante 22 settembre 2008 at 14:57

    Copio qui il mio intervento (postato altrove) su American Gods.

    Gaiman è sempre Gaiman. Ti prende per mano e ti porta nei luoghi che riconosci solo quando ricordi i sogni. Anche American Gods è così; a parte la ricerca teologica e i vari miti presentati, la narrazione ti tiene sospeso. Parteggi per le forze del bene (ammesso che tu abbia capito da quale parte schierarti), ti perdi nei paesaggi descritti e nei viaggi, reali o meno, di Shadow e cerchi di capire se per caso non sei stato seduto fianco a fianco con un Leprechaun l’ultima volta che hai bevuto una pinta di rossa in un Irish pub.
    Fondamentalmente la trama di potrebbe riassumere nella lotta tra vecchio e nuovo; ci si ostina a cavalcare verso ovest per sfuggire alla ferrovia o si sale sul treno? Alla fine si arriva comunque al mare, qualunque scelta si faccia.

  3. DabriaTiann 23 settembre 2008 at 18:40

    Oddio donna l’hai finito e ti è piaciuto a quanto pare. Io sono ad un quarto e ora che ho dato l’esame posso finirmelo. Poi tento una recensione anch’io.
    Leggi assolutamente “nessun dove”, ma assolutamente.

  4. DabriaTiann 23 settembre 2008 at 20:40

    Oddio donna l’hai finito e ti è piaciuto a quanto pare. Io sono ad un quarto e ora che ho dato l’esame posso finirmelo. Poi tento una recensione anch’io.
    Leggi assolutamente “nessun dove”, ma assolutamente.